[Matteo Di Giulio, che aveva già recensito Allegri e disperati, mi fa ora un'intervista per parlare un po' di "Armi da taglio". La ripubblico qui di seguito, ma se si vuol vedere l'originale si può schiacciare qui. Grazie Matteo.]

Gabriele Dadati, classe 1982, è uno scrittore di Piacenza, tra i più promettenti in circolazione. Ora Barbera Editore gli ha affidato la direzione di un’intera collana, Armi da taglio. E lui onora l’impegno con due uscite molto interessanti: l’antologia Allegri e disperati, sulle difficoltà dei giovani d’oggi di trovare un proprio posto in Italia, e il romanzo animalista Aiutami, di Paolo Grugni.
Gli abbiamo posto qualche domanda.

Puoi presentare Armi da taglio e cosa ti piacerebbe trasmettere attraverso i titoli di questa collana?

La prima idea, quella che sono stato chiamato a realizzare dall’editore, era di allestire all’interno del suo catalogo un canale «di qualità» o anche «di ricerca». Discutendone ci siamo però resi conto che non sarebbe stato abbastanza dire ai librai, ai giornalisti, ai lettori: «Ehi, questi libri sono belli». Chi non dice così dei libri che pubblica? Allora è intervenuto il correttivo che è fondante della collana, e cioè applicare la bellezza (belle storie, bella scrittura, ecc.) a temi forti: l’ambiente, lo stato della società italiana, la religione vista come feticcio, ma anche la vita di grandi personaggi del nostro tempo. Cercare libri potenti, diretti, vitali che vadano senza inceppamenti al cuore del problema, così come è per la grande letteratura resistenziale ad esempio. Non so se ci si riuscirà, ma è un tentativo che mi pare onorevole.

Perché Armi da taglio?

A un certo punto mi è venuto in mente questo sintagma e nient’altro, non ci sono state opzioni: o così o niente. A volte la testa lavora in maniera strana, o meglio si ribella dal lavorare troppo, e dà una sola possibilità. La mia fa sempre così, diventa supina all’esistente e recalcitra a modificarlo. Inoltre Armi da taglio mi ricorda il titolo di un romanzo di De Carlo, Uccelli da gabbia e da voliera, e mi sarebbe piaciuto completare l’intitolazione come Armi da taglio e da fuoco o Armi da taglio e da massacro o Armi da taglio e da pace, non so: ma senti come suonano male? No, Armi da taglio mi piace ed è rimasto così.

L’ossimoro del titolo della raccolta Allegri e disperati è interessante. Fa quasi pensare a una commedia e invece c’è molto di più dietro. Come è nato il progetto?

Ho scritto un racconto, che è poi quello che compare nel libro, e mi sono reso conto che di aver intercettato la faccenda principale della mia vita in quel momento – e anche in questo, a dire il vero. Mi sono reso conto che mi interessava moltissimo e mi sono chiesto: come faccio a capire un po’ di più di cos’è questo diventare grandi, questa faccenda in cui mi muovo da mattina a sera? Avrei potuto scrivere da solo un intero libro di racconti, o un romanzo, e di solito scrivere mi aiuta a capire delle cose perché mi costringe a elencarle. Ma ho pensato che non doveva essera una cosa solo mia e anche che altre narrazioni avrebbero arricchito il punto di vista. Dovevo trovarmi dei compagni.

Come hai selezionato i sette di Allegri ma disperati?

Ho stabilito due paletti: dovevano essere scrittori nati subito all’inizio degli anni ottanta (questo mi dava la ragionevole certezza che fossero nell’intercapedine tra la fine dell’università e il momento d’ingresso nel lavoro) e dovevano aver pubblicato almeno un libro proprio (questo mi evitava di setacciare tutte le antologie e tutte le riviste, il che sarebbe stato utile ma inesauribile). Poi mi sono letto decine di libri di miei coetanei, in mesi e mesi di lettura, anche libri stampati da editori minuscoli o a proprie spese, e ho scelto quelli che secondo me erano i migliori per fare questo lavoro (che lavoro era? Far sì che la voce di ognuno amplificasse le altre voci). Non ho scelto «gli scrittori migliori», anche se naturalmente io penso siano scrittori eccellenti, ma quelli più adatti.

Qual è, se ce n’è uno, il racconto che più ti ha soddisfatto, o sorpreso, tra quelli che hai ricevuto?

In ognuno mi ha soddisfatto questo: diceva almeno una cosa, sul diventare grandi, che da solo io non sarei mai riuscito a dire o anche solo a capire. Ognuno è un racconto utile e quindi giusto, mi pare. Una sorpresa è stato il racconto-fiume di Peppe Fiore, che conoscevo per cose diverse: questo racconto ha una lingua bellissima, sporca anche, ma soprattutto è capace di farsi mollusco e informe per larghi tratti senza mai perdere unità. Disperde il lettore, ma quando finisce lo ricompatta e gli lascia tutto ciò che gli doveva lasciare.

Siete tutti under 30 ma con curriculum all’altezza e voglia di fare. Insomma, l’esatto contrario dei bamboccioni di Sirchia e del trentenne medio. Cosa offre l’Italia oggi a un giovane di belle speranze?

Non so, a me pare che i bamboccioni molto spesso siano nell’occhio di chi guarda più che nella realtà. Sirchia quanti miei coetanei conosce e frequenta? Nell’occhio mio vedo invece che è la generazione di Sirchia che ha generalmente scelto (con ammirevoli eccezioni) di non farsi carico della mia. Cosa vuol dire un contratto di sei mesi? Vuol dire che chi te lo fa non intende investire su di te quanto alla formazione, che intende insegnarti il minimo indispensabile, perché dopo sei mesi non ci sarai più, ci sarà un altro. E’ anche una strategia di detenzione del potere: se tu non impari un lavoro, non potrai farmi concorrenza, non potrai scalzarmi. Anche chiamarci bamboccioni è una strategia di potere, perché è come dire «visto che i giovani non ne hanno voglia, sono costretto mio malgrado a continuare a occupare il mio posto». Segue risatina.
Dal punto di vista culturale è lo stesso. Sai quando si legge «non ci sono più i Pasolini, non ci sono più i Calvino»? E’ come dire che chi viene dopo non è bravo e chi c’era già quando c’erano Pasolini e Calvino deve rimanere dov’è, al suo posto, al comando. Le posizioni sono tutte occupate. Però con crepe: nel mio caso Barbera è una crepa che mi permette di entrare nel mondo editoriale.
In definitiva, cosa offre l’Italia? Io sono un idealista: offre l’essere connazionali di Dante e di Petrarca, di Leonardo e di Canova, di Verdi e di Stradivari, di Colombo e di Magellano, di Fermi e della Montessori, ecc., e – siccome è in crisi – esige un rimboccarsi le maniche per tornare a esserne degni. I giovani dovranno raccogliere i cocci di un disastro fatto dai loro genitori.

Dici che i giovani devono rimboccarsi le maniche. Concordo. Biasimi chi invece pensa alla fuga all’estero come unica soluzione, abbandonando l’idea di lottare qui in – e per la nostra – Italia?

Non me la sento di giudicare gli altri, però so per certo che le cose in Italia vanno male e ci vogliono giovani in gamba per raddrizzare la baracca. Tanti ce ne vogliono, e ogni defezione è dolorosa. Non biasimo, ma senso di perdita provo per chi se ne va, e dico ancora una volta: per favore, non siano questi uomini piccoli che ci governano senza avere senso dello Stato, non siano questi dirigenti meschini che mandano avanti le attività produttive, non siano questi trafficoni chiaroscurali che fanno i conti a deprimere il patrimonio che ognuno di noi ha dentro.

Come hai scelto, invece, Aiutami di Paolo Grugni?

Ho conosciuto Paolo quando una libreria mi ha chiesto, mesi e mesi fa, di presentare il suo romanzo mondoserpente. Ho così letto sia Let it be sia mondoserpente, che mi sono piaciuti, e ho conosciuto lui, che mi è piaciuto. Aveva questo romanzo scomodo, diceva che un grande editore non l’avrebbe mai pubblicato e non sapeva bene come fare. Io gli ho chiesto di leggerlo e gli ho spiegato il mio progetto: ci siamo intesi subito.

Puoi svelare qualcosa sulle prossime uscite della collana?

Il terzo libro della collana, che uscirà a fine ottobre, è il nuovo romanzo di Enzo Fileno Carabba. Si chiama Le colline oscure e racconta di una campagna toscana popolata di inquietanti apparizioni della Madonna, di americani che praticano una religiosità ossessiva, di bambini che saltano tutto il giorno su tappeti elastici, di bizzarre vecchie riverite bevendo il te e di un labirintico Istituto Scolastico in cui si distrugge la cultura invece di coltivarla. E di molto altro. E’ un libro che mette alla berlina il feticcio quando si sostituisce alla fede, e lo fa con una dolcezza e un incanto senza fine. Sono orgoglioso di pubblicarlo.
A inizio 2009 invece avremo la prima graphic novel di Armi da taglio, ma su questo ancora stiamo lavorando.

Che libro hai sul comodino in questo momento? Quali autori preferisci?

Ho appena finito Era mio padre di Franz Krauspenhaar: mi interessava vedere come fosse la scrittura del sé in questo libro. In genere ultimamente nei libri cerco questo, mi sembra questa la soglia della ricerca narrativa nel momento storico in cui viviamo: la narrazione del sé non dal punto di vista del sentimento ma immettendolo nella dinamica dell’azione. Il capolavoro di questa tendenza è Lunar Park di Bret Easton Ellis, mentre in Italia libri eccellenti in questo senso sono Troppi paradisi di Walter Siti e Prima di sparire di Mauro Covacich.

Barbera ha da poco ristampato il tuo Sorvegliato dai fantasmi. A chi ne consigli la lettura? Mi riassumi il libro in un paio di aggettivi?

A chi accetta che una storia non serva solo a scoprire chi è l’assassino o a leggere di un orgasmo e pensa che le storie piccole, senza effetti speciali, gli appartengano.
Sorvegliato dai fantasmi è un libro cauto e doloroso.

Cosa ti stimola di più in questo momento: scrivere qualcosa di tuo o scovare libri e autori da valorizzare per Armi da taglio?

Sono entrambe cose belle, che però vanno a coprire necessità diverse: di conseguenza faccio fatica a scegliere. Non voglio però eludere la domanda, e se dovessimo riformularla come «se potessi fare una sola cosa, quale faresti?», senz’altro risponderei «io sono uno scrittore e devo prima di tutto cercare di scrivere». Fortunatamente non sono costretto a obliterarne una, almeno per il momento.

Quali consigli daresti a un aspirante scrittore?

Se giovane, soprattutto questo: evitare il maledettismo, evitare il giovanilismo, evitare l’arcaismo, dopodiché scrivere in terza persona. Se evita queste tre cose, e scrivendo in terza persona riesce comunque a narrare, vuol dire che sa individuare una storia e sa farla crescere. Di lì in poi si tratta di lavorare con costanza, leggere ad alta voce quello che si fa per vedere se suona, mettere via le cose scritte e riprenderle dopo qualche mese per potersi autocriticare, ecc. In ogni momento poi chiedersi «che cosa è questo che sto facendo, di preciso?» e anche «può questo testo essere utile a un lettore diverso dalla persona che l’ha scritto?».

A quando un tuo prossimo romanzo? Hai qualche progetto in lavorazione?

Ho finito un romanzo già da un po’, deve essere ripreso in mano e credo uscirà nel 2009. Poi ho scritto molti racconti, ma soprattutto su commissione (antologie, riviste, ecc.), quindi niente che possa far parte di un libro in maniera onorevole. Da un po’ penso anch’io all’autofiction, ma non riesco a trovare gli strumenti per narrare e neanche sono convinto di potermelo permettere.
Vedremo.

Intervista a cura di Matteo Di Giulio

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